giovedì, gennaio 18, 2007

Cose che cambiano


Un tour in ospedale - quando non è per un'urgenza o una grave necessità, com'è per fortuna nel mio caso - dà l'occasione di fare un piccolo bilancio con noi stessi. Chi voglio/vorrei accanto a me? A chi interessa cosa mi succede? Chi attende la mia telefonata per sapere "E' tutto ok, i risultati li avrò il ..., l'operazione ancora non si sa quando sarà"?

E di tempo, almeno con un ospedale grande come il San Camillo, ce n'è a pacchi. Solo gli spostamenti tra un padiglione e l'altro occupano interi quarti d'ora. L'attesa di una cortese ed efficiente infermiera per sapere dove andare, cosa fare, in quale stanza entrare altrettanto. Per una serie di esami di preospedalizzazione base, come i miei, parte un'intera mattinata. Hai voglia a tempo per pensare ...

I miei contatti con l'esterno, sms e telefonate, sono stati con 3 persone, due vicine al mio cuore, una per lavoro. La prima non sapeva niente (la mamma), come previsto s'è allarmata e come previsto ha chiesto ulteriori informazioni a seguire, l'altra sapeva tutto, non mi ha potuto accompagnare per impegni improrogabili ma s'è fatto il "minuto per minuto", alla terza ho pensato io che per distrarmi dall'ansia dell'attesa ho fatto la checklist delle scadenze in ufficio.

In quell'ospedale c'è morto mio nonno. Per anni ho legato i miei ricordi di quel posto all'ultima volta che l'ho visto, maschera d'ossigeno e sguardo appannato, magro e senza colori. Mio nonno è stato il grande amore, il più grande in assoluto. Pensavo che mai avrei potuto rimettere piede là dentro senza angoscia. Invece ...

Invece mia sorella partorirà proprio lì ed è seguita da una dottoressa che lavora proprio al San Camillo. La scorsa settimana l'ho accompagnata lì per accertamenti, prima ancora per l'amniocentesi. Ci tornerò per il mio intervento. Strano a dirsi, ormai mi sento a mio agio. Una conquista.

Magari tra un po' riuscirò anche a riprendere l'ascensore, chissà ...

2 commenti:

patti ha detto...

in effetti è strano. anche io se ripenso all'ospedale dov'è morto mio padre, il san raffaele (ora IFO), ci penso come a un luogo che mi da tranquillità e non angoscia.
per quanto riguarda l'ascensore non so che dirti, io continuo a non prenderlo, tu probabilmente lo riprenderai già per andare in sala operatoria :-)
in bocca al lupo.

des ha detto...

Oh caspita ... ci mancava pure questa. Stai bene?
Un bacio